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  Crispiano
Crispiano è situato a 15 km da Taranto, a circa 234 m. s. l. m. è un comune autonomo dal 1917 e conta circa 13.000 abitanti. Il ritrovamento di una tomba, nel 1912, indica la presenza di insediamenti e la sua importanza strategica fin dalla preistoria. A seguito di questi scavi, è stata scoperta una necropoli attestante che il paese fu fondato tra la fine del IV secolo e l’inizio del III sec. a.C. e i reperti lì ritrovati, sono oggi custoditi presso il Museo Nazionale di Taranto. Secondo alcune testimonianze pare che il paese appartenesse a Roma e che, alla spartizione dei latifondi (centuriazione), tra i vincitori romani, il territorio di Crispiano fu assegnato al grande maestro di guerra Crispius, da cui si pensa derivi il nome, oppure alla cortigiana di Nerone. Conferma dell’appartenenza del territorio crispianese a Roma, è il ritrovamento dell’acquedotto romano nella zona di Triglie. Negli anni delle invasioni barbariche, Crispiano fu distrutta dai Goti e dai Visigoti, poi ricostruita da alcuni monaci basiliani, fuggiaschi dall’invasione saracena, che nella gravina scavarono grotte, ornandole con dipinti di Santi greci; e, più tardi, nel 1226, tra grotte del Vallone, oggi inserite nel centro abitato, edificarono l’Abbazia di Santa Maria di Crispiano. Dell’Abbazia sorta tra l’XI ed il XII secolo su una grancia bizantina più antica, permangono pochissime notizie storiche e documentali. Oltre all’attività spirituale l’abbazia esercitava anche l’amministrazione dei beni materiali in suo possesso. Era gestita dall’abate, che era autorizzato a riscuotere le decime, utilizzate per il sostentamento dei monaci, per l’aiuto ai più bisognosi e per la manutenzione dell’abbazia stessa. Il prestigio fu anche dovuto alla capacità amministrativa di coloro che si susseguirono nella sua gestione. In seguito questa, amministrata da gente incompetente e senza scrupoli, andò incontro ad un inevitabile declino funzionale. Di rito bizantino fu successivamente convertita a quello cristiano e dedicata ai santi Crispo e Crispiniano. Scavata nel masso tufaceo, l’abbazia è costituita da due vani. Il primo presenta due entrate, una più ampia dell’altra, ed è divisa in tre navate, la cui struttura è visibile grazie al recente abbattimento di un muro posticcio, che presentano affreschi di Santi greci. La navata destra presenta due arcosolii, uno frontale con al suo interno l’affresco di S. Maria di Crispiano con ai lati le immagini di San Nicola e di San Michele Arcangelo, la cui immagine è stata deturpata dal muro posticcio; e uno laterale che presentava all’interno l’affresco dei santi Crispo e Crispiniano. La navata centrale, invece, presenta un abside il cui accesso al cui interno era collocato l’altare principale di cui non vi sono resti, e l’affresco del Cristo Pantocratore, con ai lati la Vergine Maria e San Giovanni Battista. Tutte le figure di quest’affresco hanno gli occhi cavati. Ci sono due teorie che spiegherebbero l’accaduto: una sostiene che un uomo, in preda all’ira a causa di una perdita al gioco, avesse sfregiato l’affresco; l’altra sostiene che lo sfregio fosse dovuto alle frequenti persecuzioni iconoclastiche di quegli anni. Nella terza navata vi è una sagrestia con dei sedili scavati nella roccia. Alzando il capo, al centro del soffitto, è tutt’oggi possibile, scorgere un foro, utilizzato in un primo tempo, come entrata all’abbazia per coloro che chiedevano protezione, e successivamente nel XX sec, come foro di scarico per il grano dai contadini. Infine, nel quarto ed ultimo vano si trova il soggiorno dei monaci, nel quale ci sono alcune nicchie scavate nella roccia e utilizzate dai monaci per la conservazione di oggetti personali che oggi sono custoditi nel Museo di Taranto. Nel 1900 furono costruite delle vasche per la fermentazione del vino e fu praticato un foro nel soffitto, per facilitare ai contadini la scarico dell’uva. Accanto a queste vasche, fu inoltre costruita una cucina in pietra, utilizzata per la produzione di vino cotto. I monaci basiliani facevano parte di una piccola comunità costituita anche da agricoltori, pastori e mercanti; in queste grotte trovarono posto abitazioni, stalle, depositi, botteghe, mulini, frantoi, prigioni e chiese. Tutto era ricavato nella pietra: letti, sedili, mensole, vasche, lucernari e nicchie. Nelle stesse grotte i monaci costruirono la farmacia usata nella seconda guerra mondiale come rifugio. Tra il 1500 ed il 1600 si svilupparono le masserie, unità economiche territoriali, che portarono all’abbandono delle grotte; nel 1900, con il ripopolamento delle stesse, cominciò a svilupparsi la Crispiano moderna.


 
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